Uranio Impoverito – Dodici lunghissimi anni di silenzi

Pubblicato il 13 dicembre 2017 - da
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Dodici lunghissimi anni, di silenzi ed attesa; dodici interminabili anni, di richieste e indifferenza. 

È il 20 gennaio 2005 quando, il Colonnello Carlo Calcagni, ammalatosi tre anni prima, a causa della massiccia contaminazione da nanoparticelle di metalli pesanti derivanti dall’impiego in zone bombardate con munizionamento contenente uranio impoverito e contratta nel 1996 in corso di missione internazionale di pace in Bosnia, chiede al Ministero della Difesa un risarcimento del danno biologico in via bonaria con atto stragiudiziale.

Calcagni confidava in una transazione che potesse avvenire in tempi brevi, poiché il nesso causale tra la ragione di servizio e la sua malattia era già stato dimostrato, accertato dalle commissioni Medico-Ospedaliere Militari, probabilmente l’unico in possesso di un verbale della CMO di Bari sul quale è riportato: “nel 96 il paziente ha operato in regioni belliche e verosimilmente esposto a uranio impoverito”, poi riconosciuto dal Comitato di Verifica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, e successivamente attestato con decreto di riconoscimento della dipendenza da causa e fatti di servizio dallo stesso Ministero della Difesa.

“E invece – afferma Calcagni – ha prevalso il silenzio ed io sto ancora attendendo; io assieme a tanti altri colleghi che hanno riportato danni permanenti, e a coloro che ci hanno già lasciato senza vedere la “conclusione” delle pratiche in corso, condannando all’attesa di risarcimento i propri familiari.

Dal 2005 ad oggi ho presentato una valanga di solleciti senza ricevere alcuna risposta: soltanto totale indifferenza!

Stessa indifferenza da parte dei Presidenti della Repubblica, dei Ministri della Difesa e dei Presidenti del Consiglio, che nel tempo si sono succeduti, fino all’ultima lettera “aperta” inviata al Presidente della Repubblica Mattarella ed al Ministro della Difesa Pinotti in data 13 marzo 2017.

In questa indifferenza delle Istituzioni sono trascorsi dodici lunghissimi anni, durante i quali la mia condizione di salute è inesorabilmente e drasticamente peggiorata. Un lungo periodo quello trascorso, in cui ho avvertito la vita affievolirsi, giorno dopo giorno, e durante il quale ho dovuto assistere alla morte di tanti colleghi per la stessa causa… e all’esordio di malattia di tanti altri.”

La vicenda dell’uranio impoverito, dopo anni di silenzi e di smentite riguardo i rischi ai quali sono stati esposti i nostri soldati, è al vaglio della Commissione d’inchiesta che nei giorni scorsi, dopo aver sentito il Generale Fernando Termentini, che ha partecipato a operazioni all’estero, ha fornito un’importante testimonianza che ha portato al deferimento alla Procura del Generale Covato.

“Io – continua il Colonnello Calcagni – sono tra i pochi fortunati: potrei anche non essere qui a continuare a lottare per me e per gli altri, spesso contro un sistema che professa di tutelarci e non perde occasione di affermare che non ci abbandona… mentre tutta questa assurda e pericolosa attesa scatena in me… in noi… soltanto un’indicibile rabbia.

Pochissimi sono ancora coloro che hanno ottenuto, con transazione bonaria o per esito di cause giudiziarie contro il Ministero, il giusto risarcimento per i danni subiti. Ma queste pratiche dovrebbero essere trattate con un iter d’urgenza, proprio perché coinvolgono vite umane, Uomini dello Stato che hanno reso un giuramento e lo hanno rispettato fino all’estremo sacrificio, e  che invece spesso muoiono ancor prima di vedere la definizione della propria richiesta.

Sebbene la mia richiesta di transazione bonaria è datata 20.01.2005, non è stata presa in considerazione… mai!

In alcune interrogazioni parlamentari sull’argomento il Ministero della Difesa ha sempre dichiarato che non si effettuano transazioni”.

Ma le cose stanno realmente così? Stando a quanto dichiarato dal Colonnello la verità è ben diversa. Calcagni infatti afferma di essere in possesso di un elenco di numerose richieste di risarcimento, tutte successive alla sua richiesta, “le transazioni esistono: queste sono soltanto quelle in corso e definite dal Ministero della Difesa fino al 2010”.

“Dopo tutto questo – prosegue il Colonnello – a giugno di quest’anno, dopo “appena” 12 anni e mezzo dalla mia richiesta risarcitoria, transazione bonaria, ho ricevuto la lettera dallo Stato Maggiore della Difesa, Ispettorato Generale della Sanità Militare, con la quale, in appena 4 righe, mi è stato notificato che: “la richiesta risarcitoria non può essere oggetto di accoglimento”.

Per questo ancora oggi, come da tredici anni ormai… e mai mi stancherò di farlo finché avrò voce… chiedo per me e per chi mi è accanto in questa battaglia, per tutti i colleghi che rappresento… che il nostro Stato smetta di mostrare indifferenza e finalmente ci rivolga il rispetto, la considerazione e la tutela che ci sono dovuti… come Uomini e come Servitori della Patria… di quella Patria che abbiamo Giurato di Onorare… fino alla fine…

A seguire lettera di Calcagni al presidente Mattarella ed al ministro Pinotti

Al Presidente della Repubblica Italiana

Sen. Sergio Mattarella

E per conoscenza al Ministro della Difesa

Sen. Roberta Pinotti

 

Sono il Colonnello del Ruolo d’Onore pilota istruttore di elicottero dell’Esercito Italiano Carlo Calcagni, residente a Cellino San Marco (BR), riconosciuto vittima del dovere e riformato il 30 ottobre 2007 con il 100% di invalidità per gravi infermità, dipendenti da causa di servizio e contratte in missione internazionale di pace, Bosnia 1996.

Mi ritrovo oggi ancora una volta, non avendo in questi anni le mie ripetute lettere indirizzate ai massimi rappresentanti dello Stato sortito neppure una semplice risposta, a portare alla Sua attenzione la mia storia di cittadino Italiano, di fedele servitore dello Stato e delle sue Istituzioni.

Mi arruolo nell’Esercito Italiano l’08 gennaio 1988 e frequento il 130° Corso Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria di Cesano di Roma.

Ufficiale di 1° nomina alla Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa.

Nel 1989 partecipo al concorso per pilota osservatore di elicotteri e, vincitore, frequento il 27° Corso ufficiali piloti militari di elicottero per circa 6 mesi presso la scuola di volo dell’Aeronautica Militare a Frosinone. Completato l’iter presso il centro dell’Aviazione dell’Esercito a Viterbo, dove proseguo gli studi per un altro anno e mezzo circa, conseguendo tutte le abilitazioni e specializzazioni, mi classifico al 1° posto al termine del lungo e selettivo corso di pilotaggio, con una votazione media altissima (92/100).

Grazie al conseguimento del primo posto in graduatoria, viene accolta la mia richiesta di impiego e vengo trasferito presso il 20° Gruppo Squadroni “ANDROMEDA” di Pontecagnano (SA).

Subito dopo la strage di Falcone, vengo impiegato in Sicilia, dove resto per circa due anni presso l’aeroporto “Bocca di Falco” di Palermo, per espletare l’attività di ordine pubblico “Vespri Siciliani”, svolgendo circa trecento ore di volo in missioni di scorta e trasporto Magistrati, ricognizioni e pattugliamenti.

Successivamente, faccio parte del personale impiegato nell’operazione “Partenope” in Campania e nell’operazione “Riace” in Calabria (Aspromonte), distinguendomi sempre per disponibilità e professionalità, come testimoniato dagli elogi conferiti dai Comandanti che mi hanno avuto alle proprie dipendenze.

Dopo aver partecipato anche a missioni internazionali, dapprima in Turchia e successivamente in Albania, nel 1996 vengo inviato in missione internazionale di pace in BOSNIA-ERZEGOVINA, a Sarajevo, in qualità di pilota addetto al servizio MEDEVAC (evacuazioni medico-sanitarie), l’unico pilota elicotterista del primo Contingente Italiano.

Durante la missione nei Balcani, in diverse occasioni, recupero feriti e salme; per questa particolare e rischiosa attività svolta con impegno e coraggio, mi vengono riconosciuti due ELOGI ed un ENCOMIO, tributati per l’alto grado di professionalità con cui ho espletato il mio dovere di soldato ed il mio incarico. Tali attestazioni risultano essere determinanti anche al fine del riconoscimento della dipendenza da causa di servizio e dimostrano che sarei in possesso di tutti i requisiti necessari per la concessione di una “qualsiasi” Medaglia, purtroppo mai conferitami, nonostante proprio nel corso di quella missione io abbia dato lustro all’Esercito Italiano in contesto Internazionale e proprio a causa del particolare servizio prestato, come riconosciuto ed inequivocabilmente precisato nella causa di servizio, io abbia contratto gravi patologie e riportato il 100% di invalidità permanente, con accertata situazione di gravità.

Risulta, infatti, nel mio Stato di Servizio: “CAMPAGNE DI GUERRA – DECORAZIONI – ONORIFICENZE – RICOMPENSE”:

Pilota soccorritore con raro senso della responsabilità e spiccato spirito di sacrificio, recuperava feriti con eccezionale professionalità ed in assoluta sicurezza anche nelle situazioni di estremo disagio e pericolo non lesinando energie ed impegno. Chiaro esempio di soldato che ha dato lustro all’Esercito Italiano riscuotendo unanime ammirazione anche dalle Forze Armate Internazionali impegnante in Bosnia-Herzegovina (Sarajevo, 02 luglio 1996) “.

Certo sarebbe stato tutto più semplice per me se fossi morto per l’esplosione di una bomba, piuttosto che subire la quotidiana lenta e inesorabile agonia a cui sono sottoposto per gli effetti delle tantissime bombe scaricate dalle Forze NATO nella zona dei Balcani.

Sono fiducioso e credo che Lei potrà ridarmi la dignità morale che mi è stata portata via insieme alla salute, visto che esistono “tutti” i presupposti per la concessione della medaglia al valore dell’Esercito:

Medaglia al valore dell’Esercito (26 luglio 1974 – attuale)

Medaglia d’oro al valore dell’Esercito

Medaglia d’argento al valore dell’Esercito

Medaglia di bronzo al valore dell’Esercito

 

Conferita per premiare «Gli atti di coraggio compiuti in attività militari non belliche svolte dall’Esercito, diretti a salvare vite umane, ad impedire sinistri o ad attenuarne le conseguenze, nonché imprese e studi volti allo sviluppo ed al progresso dell’Esercito ovvero singole azioni caratterizzate da somma perizia, da cui siano derivate lustro e decoro all’Esercito Italiano» (legge 26 luglio 1974, n. 330).

Nel 2000 vengo testato e selezionato tra tutti i piloti dell’Esercito Italiano, risultando uno dei tre candidati idonei a partecipare al corso istruttori ed insegnanti di pilotaggio, superato brillantemente, che mi porterà ad essere trasferito presso il Centro dell’Aviazione dell’Esercito a Viterbo, per essere impiegato in qualità di Istruttore ed Insegnante di volo.

Purtroppo nel 2002, ricoveratomi per accertamenti a causa di continuo malessere fisico, scopro di essere gravemente malato ed è così che inizia, per me e i miei cari, un lungo e sofferto calvario, che nonostante tutto continuo tuttora ad affrontare, sempre sostenuto da una grande ed inesauribile forza d’animo…l’unica forza che non mi ha mai abbandonato!

Nel 2005 ottengo il riconoscimento della malattia dipendente da causa e fatti di servizio riconducibili alla missione internazionale di pace nei Balcani; causa la grave malattia, successivamente e solo su domanda, nel marzo del 2006, vengo trasferito presso la Scuola di Cavalleria di Lecce, reparto vicino al Centro di Onco-Ematologia di Lecce dove ero già in cura in regime di day-hospital.

Le mie patologie, gravemente invalidanti, vengono riconosciute dipendenti da causa di servizio il 30 ottobre 2007 dalla C.M.O. di Taranto ed ascritte alla Prima categoria, con superinvalidità, nella misura massima a vita.

Il Comitato di Verifica per le cause di servizio conferma il riconoscimento della causa di servizio, specificando che trattasi di invalidità permanente riportata “per le particolari condizioni ambientali ed operative di missione fuori area”, decretando contestualmente anche il riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.

Sono stato iscritto nel “Ruolo d’Onore”, mi è stato concesso il distintivo d’onore di “ferito in servizio” e di “mutilato in servizio”, ma resto, ancor oggi, in attesa del mai conseguito riconoscimento morale da parte del Ministero della Difesa.

Le mie condizioni di salute restano gravi, tanto che sono da anni in attesa di trapianto allogenico di midollo osseo. Le nanoparticelle di uranio impoverito e dei metalli pesanti che hanno intossicato il mio corpo hanno intaccato e continuano a devastare i miei organi: negli anni la compromissione è divenuta multi-organo, coinvolgendo la quasi totalità dei miei organi ed apparati.

Dal 17 gennaio 2010 ad oggi sono in cura presso il Centro di altissima specializzazione estero “Breakspear Hospital” in Inghilterra, dove ritorno ogni quattro mesi per degenze di circa un mese. Al “Breakspear Hospital” vengo sottoposto a cure urgenti di elevatissima specializzazione, richieste dalla particolarità del caso, considerato che le patologie riconosciute dipendenti da causa di servizio non sono trattabili presso idonea struttura sanitaria in Italia, in quanto prestazioni che non possono essere assicurate dalle strutture del Servizio Sanitario Nazionale, come certificato dall’ASL di Brindisi.

Lo specifico programma terapeutico prevede che per il futuro dovrò tornare per un mese di ricovero nel Centro Ospedaliero Inglese, ogni quattro mesi. Nel periodo in cui resto in Italia effettuo “quotidianamente” quelle lunghe ed estenuanti terapie previste dal piano terapeutico, a scapito del tempo che sarebbe giusto dedicare ai miei affetti, alla vita sociale e di relazione.  

Nel corso dell’ultimo ricovero dello scorso febbraio l’equipe medica che si occupa del mio caso ha riscontrato evidenze cliniche di un severo e rapido peggioramento della compromissione neurologica e multi-sistemica, che rende necessaria una continua integrazione delle cure già in corso, indispensabili per tentare di rallentare il decorso della patologia, ma assolutamente insufficienti ad arrestarla. L’uranio impoverito e le nanoparticelle di metalli pesanti hanno talmente invaso ogni tessuto, ogni cellula del mio organismo, determinando una compromissione progressivamente ed irreversibilmente degenerativa del sistema nervoso.

Sono assolutamente consapevole che, nonostante con tutte le mie forze e grazie al supporto medico costante il mio fisico lotti quotidianamente contro un nemico inesorabile, un giorno – spero solo il più lontano possibile – non sarò più in grado di camminare, di stringere la mano, di accarezzare i miei bambini.

Mi sveglio ogni mattina fingendo di non sapere cosa il destino – un destino ormai segnato – mi riserverà; mi sforzo di sorridere e tenere alto lo sguardo, per difendermi dalla consapevolezza che prima o poi finirò in un letto, incapace di muovere ogni muscolo, non più in grado di parlare, attendendo solo il momento in cui non sarò più capace di respirare.

A ciò si aggiungano i correlati psichici di una condizione multi-sistemica che è totalizzante e progressivamente degenerativa; la precarietà del mio stato di salute fisica ha evidenti e comprensibili ripercussioni sulla capacità di conservare un sufficiente compenso psicologico. Ogni sintomo aggiuntivo, ogni nuova diagnosi, ogni situazione che presenta carattere di urgenza nel senso degli interventi clinici e terapeutici contribuisce a minare il già instabile quadro psicopatologico, assestato su uno sfondo depressivo, che solo grazie a doni caratteriali e temperamentali di determinazione e perseveranza sono finora riuscito ad arginare e mantenere entro limiti vitali.

Il mio corpo è ormai divenuto una discarica di metalli pesanti.

Sto morendo lentamente in seguito alla costante degenerazione delle mie cellule.

Eppure, purtroppo, troppe volte la mia capacità di “dissimulare” il dolore che è diventato mio compagno indesiderato, ha fatto sì che molta gente ne fosse ingannata; non tutti riescono a guardare oltre un sorriso o un fisico solo “esternamente” ed apparentemente integro. Alcuni poi, mossi da ignoranza o invidia, sono arrivati a mettere in dubbio la veridicità delle diagnosi mediche e la mia integrità morale. Troppe volte in questi anni, già così duri per il peso insostenibile della malattia, ho dovuto lottare contro le ingiurie, le diffamazioni, contro chi millantava di conoscere la “verità”.

Se uno Stato esistesse, nessuno dovrebbe preoccuparsi di combattere per vedere riconosciuti i propri diritti di malato, tanto più di Servitore dello Stato ammalatosi nell’adempimento del Dovere.

Se vi fosse lo Stato, sig. Presidente, non si assisterebbe al florilegio di vili personaggi che si insinuano nella drammaticità delle storie delle Vittime e delle loro famiglie per trarne profitto e potere.  

Sono anni che mi batto per garantire che la Giustizia Italiana sancisca chiaramente il diritto, per i militari colpiti da gravi malattie e infermità dopo aver prestato servizio in guerra o, del tutto analogamente, nelle “missioni di pace”, di essere curati adeguatamente in Patria.

Da quindici anni combatto contro la mia malattia, che affronto per dovere verso i miei figli e per amor patrio, ma rimango inerme di fronte ad una burocrazia che devasta più della guerra… più del mio stesso male.

Paradossalmente, per curarmi presso il centro di altissima specializzazione su citato, devo essere autorizzato preventivamente in Italia e questo mi obbliga ad intraprendere ogni volta iter burocratici che rischiano di rendermi impossibili le cure.

Nel mio caso, come in tutti quelli analoghi al mio, non è assolutamente pensabile poter stare dietro a prassi burocratiche: intervenire in ritardo, anche di un solo giorno, significherebbe compromettere per sempre l’effetto delle cure e, dunque, andare in modo più cruento e immediato verso la morte.

Non credo sia facile immaginare quanta forza d’animo, coraggio e determinazione siano necessari per affrontare e gestire quotidianamente una simile condizione patologica e le innumerevoli terapie, per me salvavita.

Credevo di aver trovato un motore, una spinta per andare avanti nonostante tutto: era la bicicletta, lo è tuttora, a dispetto di una vicenda personale drammaticamente parallela a quella della mia malattia. Pratico ciclismo da quando sono bambino, ho vinto numerosi premi e medaglie, numerosi campionati italiani dando lustro alla Forza Armata, finché la compromissione organica mi ha impedito di proseguire nell’agonismo. La bicicletta, però, non mi ha mai abbandonato: grazie ad un quotidiano allenamento trovo sollievo ai dolori; gli stessi medici che mi hanno in cura ne confermano i benefici e mi esortano a non sospendere l’attività fisica che è la “terapia” più efficace per contrastare la degenerazione neurologica e gli effetti del Parkinson.

Nel 2014 inizio una nuova avventura sportiva grazie al protocollo d’intesa siglato tra il Ministro della Difesa Sen. Roberta Pinotti e il Presidente del CIP Avv. Luca Pancalli, che ha lo scopo di avviare un programma di recupero psico-fisico e reinserimento nel sociale dei militari che hanno contratto infermità permanente durante il servizio.

Vengo così sottoposto a visita di classificazione da una specifica commissione della FCI e del Comitato Paralimpico Italiano, ottenendo di essere qualificato come atleta paralimpico, ed inizio a gareggiare, dapprima in sella ad una bicicletta, poi dal 2015 alla guida di un triciclo, ritenendo la commissione sportiva valutatrice la mia situazione organica ulteriormente compromessa sul piano motorio e dell’equilibrio. Anche in questa categoria (T2) conseguo presto importanti risultati e a giugno 2015, con la vittoria delle due prove di Coppa del Mondo del Campionato Italiano su strada e a cronometro, mi guadagno immediatamente un posto nella Nazionale Italiana di Ciclismo Paralimpico.

Convocato dal CT della Nazionale in vista delle gare che avrebbero condotto alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro di settembre 2016, durante il ritiro estivo con la squadra subisco dalla Procura Anti-doping di Roma una sospensione cautelare e mi vedo costretto ad abbandonare gli allenamenti. Ottenuta la revoca della sospensione dall’accusa di utilizzo di sostanze non autorizzate, per ragioni di salute ampiamente documentate da certificazioni degli specialisti che mi seguono, vengo dopo non poche difficoltà reintegrato in Nazionale e nel luglio 2015 raggiungo la squadra in Svizzera, sede dei campionati del Mondo, prima competizione valevole per la qualifica alle Paralimpiadi di Rio.

Ma anche qui la grinta ritrovata si scontra inaspettatamente con un nuovo ostacolo: viene presentato ricorso contro di me da un’altra Nazionale (Canada) in gara, in quanto atleta non avente i requisiti clinici per gareggiare per la categoria nella quale ero stato classificato (triciclo); sottoposto a rivalutazione della commissione medica UCI, non tenendo quest’ultima in conto la documentazione sanitaria da me esibita, mi viene negata la possibilità di gareggiare e vengo escluso dalla competizione. Per la commissione, io non sono disabile!

Il 30 luglio 2015 devo abbandonare il ritiro della Nazionale Italiana di ciclismo paralimpico e mi vedo costretto a ritirarmi dall’attività agonistica sino a nuove disposizioni.

Da allora sempre più impervia si è presentata la strada per poter proseguire nell’attività sportiva dedicata ai disabili: io che certamente disabile lo sono, continuo a subire, con modalità scorrette e motivazioni ancor più incomprensibili, un ostinato e silenzioso boicottaggio.

Prova ne è il fatto che, pur avendo conquistato tre medaglie d’oro agli “Invictus Games” di Orlando (Florida) dello scorso maggio, continuo a non venir più convocato in Nazionale e pertanto perdo, per ragioni solo apparentemente “amministrative”, la possibilità di partecipare alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del settembre 2016.

Perdo in questo modo quella possibilità di “riscatto”, la possibilità di dar voce a chi, come me, è divenuto disabile per mezzo di un nemico invisibile ma inesorabile, a chi, diversamente da me, la forza per reagire non è riuscito a trovarla e ha scelto di chiudersi con il proprio dolore tra le mura di una stanza da letto.

Il dramma che vivo da anni non è distante o diverso da quello di tanti altri colleghi che, come me, hanno servito la Stato con quel senso del dovere che ci si attende da tutti gli uomini che rappresentano il Paese.

Eppure un terribile velo di silenzio è stato deposto su di noi, e su tutti coloro che, prima di me, alla malattia contratta nell’adempimento del dovere hanno ceduto la propria vita.

Quella che oggi, come già fatto in più occasioni dinanzi ai massimi rappresentanti dello Stato, vorrei rappresentarLe è la storia del Col. Calcagni, che è la storia, tristemente inascoltata, di tutti quegli Uomini che alla nostra amata Patria hanno donato la propria esistenza, sentendosi traditi proprio da quelle Istituzioni che hanno onorato e continuano a rispettare.

Io sento fortemente il bisogno e il dovere di sollevare questo velo e raccontare quella verità (la verità di chi soffre), che non è quella di un film, né quella delle cause giudiziarie milionarie in cui gli unici vincitori sono gli avvocati, ma è quella della solitudine, dell’abbandono al proprio destino, e del non sapere se si avranno i soldi per le medicine o per ottenere quelle cure che in Italia non sono garantite e cui quotidianamente è necessario sottoporsi per sopravvivere. Ed è la storia, per molti versi assurda, di chi, anche quando strappa con i denti le energie per intravedere una speranza viene ostacolato e annullato nei suoi obiettivi.

Stiamo morendo in nuove trincee: quella fredda e buia della burocrazia e in quella ancor più spietata dell’indifferenza delle Istituzioni… in una trincea strana, quella per cui non siamo stati addestrati, in cui nessuno ti copre le spalle, in una trincea in cui non si ha tempo e voglia alcuna di parlare con il tuo compagno al fronte perché non c’è pace al proprio fuoco interiore, in una trincea in cui finisci per morire se rinunci a combattere anche contro te stesso.

Siamo i nuovi “Caduti”, quelli poco visibili, quelli per cui non si inaugurano sacrari, quelli che pesano come macigni sulle coscienze di molti; siamo gli uomini che hanno sacrificato la propria vita al servizio di uno Stato che oggi latita, ci nega risposte, spesso ci tratta come visionari, dimenticando che i più indomiti e fedeli servitori della Patria sono i morti di ieri e i malati di oggi, privati della dignità, relegati in un oblio che rende più drammatica la condanna della malattia.

SIAMO UOMINI!

Meritiamo tutto il Vostro rispetto… eppure ancora oggi, a distanza di anni, continuiamo inascoltati ad implorare il Vostro aiuto. Un aiuto, un segnale di sostegno, anche solo un gesto o una parola spesi per noi, che orgogliosamente vorremmo ancora sentirci figli di quella madre Patria, fedelmente servita e onorata, che oggi ci rinnega.

Voglio continuare a credere, così come mi è stato trasmesso dalla mia famiglia e poi insegnato negli anni di addestramento militare, secondo lo spirito della Famiglia della Forza Armata, che lo Stato non abbandona MAI i propri figli, tanto più se questi hanno dimostrato rispetto e senso del servizio, vivendo quotidianamente il proprio lavoro come un dono, anche a costo della vita.

Voglio continuare a farmi voce e presenza per tutti coloro i quali, devastati dalla quotidianità della sofferenza fisica e psichica, hanno perso la fiducia nelle Istituzioni, per tutti coloro che per timore, per disillusione, o solo perché non hanno più la forza di gridare la propria rabbia, hanno rinunciato ad invocare il rispetto dei loro diritti.

Ill.mo Sig. Presidente, finché la malattia me lo permetterà continuerò con ogni respiro ad inseguire gli ideali di giustizia e garanzia dei diritti costituzionali, nel rispetto dei Valori che mi sono stati trasmessi, perché i miei figli possano un giorno dirsi degni di un padre che, nonostante una sofferenza “provocata” e “sottaciuta” nelle cause, ha vissuto con l’onore e la semplicità delle persone per bene.

Voglio sperare, da uomo dello Stato e cittadino che ancora ripone fiducia nelle Istituzioni, che a questa mia lettera possa far seguito una Vostra risposta, anche solo un semplice segnale che la mia storia sia stata ascoltata e compresa.

Mi riservo, ad ogni modo, con le dovute omissioni, di renderla nota ed accessibile a chiunque abbia voglia di “conoscere” ed approfondire, mediante l’utilizzo dei mezzi di stampa e di comunicazione.

 

 

                                                               Subordinatamente

                                                     Col. R.O. Pilota Carlo Calcagni

 

 

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