Roma, Mibact a Palazzo Venezia in mostra i tesori della Cina

Pubblicato il 9 febbraio 2015 - da
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In mostra  esposti 76 pezzi di inestimabile valore, tra cui lacche, manufatti tessili, manoscritti e dipinti su seta.

cinaRoma, 9 febbraio – Aperta sino al 6 marzo 2015, per la prima volta in Italia nelle sale del Refettorio Quattrocentesco di Palazzo Venezia, una mostra che racconta l’epoca della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) attraverso i tesori provenienti dalle tombe rinvenute a Mawangdui e custoditi dal Museo provinciale dello Hunan, una delle istituzioni più importanti del sistema museale cinese. In mostra saranno esposti 76 pezzi di inestimabile valore, tra cui lacche, manufatti tessili, manoscritti e dipinti su seta. L’esposizione consente di far riemergere un’antica civiltà attraverso una grande scoperta archeologica, riflettendo l’essenza stessa di un popolo che già all’epoca veniva riconosciuto come “il Paese della seta e delle porcellane”. L’esposizione curata dalla professoressa Zhen Shubin, ha il patrocinio del Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese, l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia insieme al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo della Repubblica Italiana (MiBACT), ed è organizzata dalla State Administration of Cultural Heritage della Repubblica Popolare Cinese (SACH), la Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del MiBACT, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, in collaborazione con l’Amministrazione provinciale dello Hunan. La mostra si colloca nell’ambito del Memorandum d’Intesa sul Partenariato per la Promozione del Patrimonio Culturale siglato il 7 ottobre 2010 tra il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo della Repubblica Italiana e la State Administration of Cultural Heritage della Repubblica Popolare Cinese, il quale prevede lo scambio di spazi museali permanenti dedicati alle rispettive culture, al fine di promuovere lo scambio culturale tra la Cina e l’Italia e permettere una maggiore e profonda comprensione tra questi due popoli. Il primo significativo modello italiano di musealizzazione fuori dai confini nazionali, vetrina permanente per promuovere la cultura italiana, è stato il luogo espositivo concesso alla Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale dallo State Administration of Cultural Heritage della Repubblica Cinese all’interno del Museo Nazionale della Cina sulla Piazza Tian’ anmen a Pechino, spazio inaugurato con la mostra “Rinascimento a Firenze. Capolavori e Protagonisti” e che attualmente ospita la mostra “Roma Seicento: origine del Barocco. Il rinvenimento delle tombe di epoca Han a Mawangdui, nella città di Changsha (capoluogo dell’attuale provincia dello Hunan, nella Cina meridionale), rappresenta una delle grandi scoperte avvenute nel XX secolo in Cina. Tra il 1972 e il 1974 gli archeologi cinesi portarono alla luce un insieme di sepolture appartenenti alla famiglia di Li Cang, Marchese di Dai e primo ministro dello Stato di Changsha. Una scoperta che ebbe inizio in maniera del tutto fortuita, in seguito ad una serie di scavi realizzati per un rifugio sotterraneo, e grazie al manifestarsi di cosiddetti “fuochi fatui”. Le tre tombe ritrovate, contenevano al loro interno più di 3000 oggetti, tra cui lacche, ceramiche, bronzi, sete, e giade, i quali, sono in grado di testimoniare degli eccellenti risultati raggiunti a livello artistico e culturale e di offrire uno spaccato della società cinese in epoca Han. L’immenso valore dei reperti svelati e soprattutto il ritrovamento di una salma completamente integra ha fatto sì che gli esperti paragonassero questa scoperta alla “tomba di Tutankhamon” in Egitto. La salma della Marchesa di Dai è la prima e la più antica salma al mondo ritrovata ancora completamente integra, non completamente disidratata e con i tessuti non ancora del tutto rigidi. La mostra mette insieme per la prima volta in Italia un’importante selezione di questi reperti archeologici, raccontando l’intera vicenda legata alle tombe di Mawangdui e mostrando al grande pubblico i principali risultati ottenuti dal loro rinvenimento, così da far comprendere, in maniera organica, lo splendore che caratterizzava la civiltà Han. Suddivisa in tre sezioni, “Antiche leggende su Mawangdui”, “Segreti millenari disvelati da antiche tombe” e “Gli splendidi reperti archeologici rinvenuti all’interno delle tombe”, l’esposizione si offre come un racconto a più livelli, in grado di unire le tappe del ritrovamento archeologico con le leggende ad esso collegate. L’esposizione prende le mosse da tutti quegli aspetti che hanno contribuito a creare un alone di mistero intorno a Mawangdui. Dalle antiche leggende, come quella del “Tumulo del re Ma” o della “Tomba delle due donne”, fino all’inaspettata comparsa di un “fuoco fatuo” che ha dato il via alla serie di scavi archeologici, a partire dagli anni Settanta. In una Cina in piena “Rivoluzione Culturale”, persino l’allora Primo ministro Zhou Enlai si occupò dei lavori, per i quali vennero coinvolti anche i militari dell’Esercito Popolare di Liberazione. Per rendere conto di questo straordinario racconto la mostra mette insieme 76 oggetti tra cui lacche, tessuti in seta, manoscritti e dipinti su seta, affiancati da una serie di approfondimenti tematici e da installazioni multimediali. Mawangdui era il luogo di sepoltura della famiglia del Marchese di Dai. Qui furono sepolti Li Cang, il primo marchese di Dai, sua moglie Xin Zhui e uno dei loro figli. Le opere esposte rappresentano i migliori pezzi rinvenuti nelle tombe di Mawangdui e ricompongono l’universo privato di una famiglia aristocratica dell’epoca; tra questi, spiccano le sete raffinatissime ed eleganti, come il tessuto di mussola variopinto stampato con motivo decorativo fitomorfo e quello in garza di seta stampato con un motivo decorativo a fiammelle, dimostrazione unica dei risultati raggiunti nella manifattura tessile, e ricordati perfino da Plinio il Vecchio, che li descrive come “tessuti di provenienza celeste”. Ma oltre a ricostruire uno spaccato di vita quotidiana, attraverso contenitori, specchi in bronzo, pettini in legno, pinzette in osso e altri materiali, i reperti in mostra rimandano l’eco di una realtà storica e filosofico-religiosa straordinaria. Lo Stendardo funerario in seta dipinta a forma di T ci restituisce infatti l’immagine cosmogonica che avevano a quel tempo i cinesi, descrivendoci la loro idea della vita dopo la morte e il desiderio di immortalità che li guidava. Diviso in tre zone, raffiguranti i piani di esistenza celeste, terrena e infera, presenta al centro la Marchesa di Dai appoggiata ad un bastone, in una raffigurazione pittorica dove realtà, fantasia e mitologia si armonizzano tra loro. Di particolare importanza in questo senso sono i manoscritti su listelli di bambù o tavolette lignee, ricchi di contenuti diversissimi tra loro, come accade nel “Tianwen qixiang za zhan” (La divinazione attraverso l’interpretazione dei i fenomeni astrologici e atmosferici), il più antico mai rinvenuto al mondo in cui si tratta in maniera specifica delle forme delle comete, o nel “Wushi’er bing fang” (Prescrizioni mediche per 52 malattie), il testo farmacologico più antico e più completo finora scoperto. Dalle tecniche e rimedi per l’ottenimento di una vita sessuale appagante alle pratiche sessuali per mantenersi in una buona condizione psico-fisica, fino a una serie di consigli pratici per salvaguardare la propria salute: in questi manoscritti unici, filosofia, politica, storia e religione si fondono in quella che si può ritenere una vera e propria “Biblioteca sotterranea”.

 

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