Il rebus della vita

Pubblicato il 13 marzo 2017 - da
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Chi siamo, da dove veniamo? I figli degli immigrati  dal primo giorno di scuola cominciano a sentire le differenze che non ci sono entro le pareti delle case perché tra amici e parenti le tradizioni e le usanze sono identiche.

di Gianni Pezzano

 

In qualche punto della vita ci troviamo a definire chi e cosa siamo. Però, c’è una categoria di persone che si pone questo problema sin da giovane e per alcuni di loro questo dilemma li segue per tutta la vita.

Per i figli di immigrati il problema diventa sempre più complicato perché c’è la tendenza degli altri a farci conformare a un modello standard, o comportamenti nei quali non ci identifichiamo. La cosa strana è che molto spesso questo modello standard non esiste nella realtà, ma nella mente di chi costringe gli altri a cambiare.

Ci definiamo per cosa facciamo, ci definiamo per le nostre origini, oppure di definiamo per via della nostra religione, il lavoro che facciamo e infine, per quel che abbiamo fatto, o vorremmo fare. Troppo spesso siamo costretti a indentificarci per come gli altri ci vedono e non per quel che sentiamo d’essere.

Per i ragazzi indiani cha abitano in Italia il comportamento standard, una parte importante della loro identità, si trova nel giocare a cricket. Però è un gioco che non fa parte del modello italiano o che molti utilizzano per definire la loro italianità.

Per altri, la loro identità personale viene dalla scelta di essere vegani, sia per motivi religiosi, come per alcuni buddisti, sia per motivi personali ed etici. Però, questo comportamento non fa parte di un paese dove una grandissima parte della cultura comprende non solo il mangiare carni in ogni sua forma, ma persino preparare in casa gli insaccati e gli altri prodotti di carne che si mangia quasi ogni giorno.

Per i figli degli immigrati la scelta comincia ad arrivare presto perché già dal primo giorno di scuola cominciano a sentire le differenze che non ci sono entro le pareti delle case perché tra amici e parenti le tradizioni e le usanze sono identiche.

Vedere il mondo esterno tramite la televisione non fa effetto ai giovani figli di immigrati perché non hanno i mezzi personali e le esperienze per capire quanto di quel che vedono sia vero e quanto prodotto della fantasia.

Quando noi figli di immigrati ci vediamo allo specchio vediamo chi sentiamo di essere, anche se non sempre capiamo fino in fondo la nostra identità.

Gli “altri” cercano di metterci in categorie secondo la nostra religione, il paese dei nostri genitori e parenti, oppure in base al colore della pelle, o come ci vestiamo. Niente di questo ci definisce.

Ogni figlio di immigrati crea una categoria nuova in base alle proprie esperienze e le usanze della zona particolare dove vive. Per ognuno di loro essere diversi è quel che più fa soffrire perché i compagni di banco a scuola e i vicini di casa, oppure i compagni di lavoro non capiscono tutte le sfumature diverse della sua vita.

Magari per il musulmano è la festa dello Eid alla fine del Ramadan che sancisce aver adempiuto gli obblighi della religione. Per gli ebrei, che tragicamente alcuni ancora non vogliono vedere come italiani, le cerimonia che li fa identificare come seguaci della propria religione si chiama il Bar Mitzvah per i maschi e Bas Mizvah per le femmine, invece dei sacramenti di comunione o cresima per i cattolici.

Queste differenze personali non cambiano il comportamento personale su cui bisogna essere giudicati dal nostro prossimo.

Il giudizio su una persona che subiamo ogni giorno non deve venire da dettagli, ma da quel che fa nel comportamento quotidiano. Ogni religione condanna il ladro e rende onore a chi compie atti di carità. Cambia la parola, ma non il senso dell’atto.

Il matrimonio violento e i maltrattamenti di bambini sono condannati da tutte le religioni, ma ci sono troppi che vedono solo le malefatte degli “altri” e mai quelli dei propri amici e parenti che fanno le stesse cose.

In ogni paese di residenza di immigrati si parla del modello “standard”, ma questo modello non esiste in nessuno di loro.

Utilizziamo il modello Italia per capire che l’italiano standard non esiste e non è mai esistito. La forma del pane cambia da paesino a paesino, la forma e il nome della pasta e dolci cambiano. Il modo di lavorare la terra cambia in base alle condizioni, le scuole cambiano secondo le città dove in alcune ci sono scuole specializzate in certi mestieri, come Faenza per la ceramica. Le zampogne per Natale sono prevalentemente del Sud e solo recentemente in termini storici il pandoro è uscito da Verona per trovarsi nel menu natalizio di tutto il paese.

Gli italiani litigano tra città e città dove si augura un morto in casa invece di trovare un cittadino della città avversaria storica all’uscio. Poi ci chiediamo come fa a integrarsi chi arriva da altri paesi.

Stranamente la risposta è semplice, anche se è difficile da attuare perché la natura umana fa rifiutare di riconoscere che cambiare nel corso della vita è la normalità e che l’unico vero stato perpetuo immutabile è la morte.

L’integrazione verrà il giorno che ciascuno di noi capirà che ognuno ha il diritto alla propria identità e tradizioni.

Però è un riconoscimento che va in entrambi le direzioni. In un senso banale gli italiani che ora si ostinano a opporsi all’introduzione del kebab sono spesso gli stessi che organizzano serate regolari con gli hamburger che non erano certamente italiani.

Gli immigrati devono cambiare, ma tutti dobbiamo capire che con i nuovi arrivi cambiamo anche noi perché cambiare è parte fondamentale della vita. Il giorno che rifiutiamo di cambiare è il giorno che cominciamo a morire dentro di noi.

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