LE DONNE YAZIDE IL FILO ROSSO DELLA VIOLENZA E LE NARRAZIONI EDUCATIVE

Pubblicato il 30 settembre 2017 - da
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A metà dell’agosto 2017 sono trascorsi tre anni dall’avvio dei feroci massacri subiti dalla popolazione Yazida ad opera dei terroristi e fanatici islamici, lo ha ricordato con una attenta analisi il Washington Post.

di Prof. Antonio Virgili Presidente Commissione Cultura della LIDU

Il tema degli Yazidi appare prevalentemente poco presente e sfuocato nei mezzi di comunicazione, le vicende di quella comunità troppo spesso e troppo velocemente sono poste in secondo piano, o nella totale ombra. Altra notizia recente, che ne ricorda le vicissitudini, è quella di una giovane donna yazida, rifugiata in Germania, che ha riconosciuto in alcune immagini e denunciato, il mercante di schiavi che l’aveva venduta e che si era unito ai civili in fuga con l’evidente finalità di mescolarsi tra i profughi in Europa facendo perdere le tracce del proprio passato. Parlare della popolazione Yazida, che pure ha subito una feroce repressione e la riduzione in schiavitù di migliaia delle sue donne e bambine, risulta scomodo per vari aspetti e non solo geopolitici.

Forse per pregiudizi religiosi e culturali anzitutto, essendo un gruppo minoritario slegato dalle altre tradizioni religiose consolidate, cosa che lo ha esposto all’emarginazione ed al sostanziale distacco dalla maggior parte dei “fedeli” delle altre comunità. Coloro che non adorano e rispettano il Dio monoteista tradizionale, evidentemente meritano minor attenzione, o quanto meno possono essere ignorati. Sorte infausta questa, in un mondo che continua pervicacemente a dividere le persone in base all’appartenenza religiosa ed etnica, divisione, si badi, alimentata anche da gran parte dei diretti interessati, che definiscono se stessi solo in base a tali caratteristiche. Così, nell’Asia Occidentale più che parlare di problemi di donne e uomini, o bambini ed anziani di diverse culture e lingue, la geografia appare ferma nel tempo: non Iracheni, Siriani, Turchi, ecc. ma solo Islamici o Cristiani, Curdi o Yazidi, Ebrei o Copti, Sciiti o Maroniti, ecc. in un crescendo parossistico di moltitudini religiose e tribali ciascuna delle quali, come nei secoli trascorsi, riconosce quasi solo gli appartenenti alla propria tribù/religione quali persone con pienezza di diritti e dignità.

Gli appartenenti ad altre tribù/religioni si possono rispettare in quanto fedeli di altro gruppo religioso più che in quanto persone o concittadini, si cercano di convertire oppure si lasciano generosamente sopravvivere nell’ignoranza e nel peccato (a testimonianza della rigidità dogmatica di alcune religioni si ricordi che ancora oggi nel mondo islamico l’apostasia prevede abitualmente la pena di morte). Il tribalismo culturale e religioso, il suddividere il mondo e le persone in base all’appartenenza religiosa, secondo un persistente modello arcaico e medievale, si è tramutato in alcune aree più sviluppate nelle forme estreme del localismo, che pure giustifica le differenze di diritti e procedure ma su base territoriale (un movimento politico italiano, per circa venti anni al governo del Paese, aveva pure tentato di individuare in Italia presunte “razze” di tipo locale). Più sfumate, ma analoghe per logica, alcune procedure, vincoli ed imposizioni linguistiche praticate nella italiana provincia di Bolzano ed in altre zone d’Europa. 2 Dove portano questa visioni arcaiche e ferme nel tempo? Portano a minare sempre più la grande lezione dei diritti uguali per tutti, riportando la geografia politica contemporanea ad una sorta di grande arena gladiatoria nella quale vince il gruppo più numeroso, o più scaltro, o più feroce. Secondo una logica che esclude in partenza la piena eguaglianza dei diritti, creando arene nelle quali le differenze religiose e tribali consolidate sono elemento di partenza e di arrivo, giustificazione e scopo, allo stesso tempo, di conflitti, ostracismi, emarginazione, morte.

Il diritto al prevalere della propria etnia e religione non è meno violento e feroce di quello, tanto vituperato, del colonialismo ed imperialismo europeo, questi ultimi oramai divenuti pseudo-alibi di tipo storico a causa dei quali giustificare oggi rivendicazioni, prevaricazioni o violenze contro gli ex colonizzatori. In diverse contese internazionali o culturali l’accusa agli occidentali di avere un trascorso di tipo imperialistico e colonialistico sembra di fatto mirare solo a nascondere le proprie violenze ed incongruenze, con un atteggiamento discriminatorio e fazioso che però presume ed afferma di combattere la discriminazione. Del “diritto ad avere dei diritti”, secondo l’espressione di Rodotà, indipendentemente dal credo religioso o dall’appartenenza tribale o linguistica si stanno diradando le tracce, ove era presente, ed in altre parti del pianeta stenta ancora molto ad attecchire. Quindi, perché preoccuparsi degli Yazidi, che sono un gruppo poco numeroso, “devianti” nella loro religiosità quindi moralmente spregevoli, secondo alcune interpretazioni coraniche, e desiderosi di una loro autonomia? E se anche ci si volesse interessare degli Yazidi, certo non anche delle loro donne. Cosa è accaduto più precisamente alle donne yazide? Stante quanto riportato dai mezzi di informazione e dai resoconti di alcuni profughi, si è trattato di una sorta di “femminicidio” di massa, per usare un brutto neologismo discriminatorio ma oramai tanto in voga, cui si sono associate forme di schiavitù e sfruttamento sessuale molto brutali. Alcune stime per difetto riportate dalla stampa internazionale, indicano in almeno 3500-4000 le donne rese schiave, ma secondo altri fonti di organizzazioni umanitarie, al 2016 il numero sarebbe di almeno 6000, non ben precisato invece il numero di quelle uccise sbrigativamente.

Ovviamente non è la cifra in se che muta la gravità del danno subito da ciascuna delle donne, ma è importante per valutare il grado di assuefazione o di indifferenza generale verso tali violenze. Più volte l’Europa è stata accusata di ergersi a paladina dei diritti umani salvo poi violarli frequentemente, e certo spesso non ha dato buoni esempi, ma quali buoni esempi hanno dato e stanno dando gli altri, i non europei? Quanto hanno insistito sul tema le gerarchie ed i rappresentanti delle altre comunità religiose? Quanto hanno mantenuto vivo l’interesse sulle donne yazide le tante persone che in altri contesti si ergono a paladini dell’ “anti-femminicidio”? La sessualizzazione delle persone, che i sostenitori del termine femminicidio immaginano a sostegno delle donne, è in realtà antico strumento di potere, così come gli stupri di massa ed il niquab. Il costo umano di questi eventi è, come sempre, altissimo. Le ferite dureranno l’intera vita di quelle donne, quante avranno bambini trasmetteranno inevitabilmente alcune tracce di tutto ciò alla generazione successiva. Lo hanno dimostrato anche i primi dati clinici raccolti sulle donne Yazide rifugiate, dati che nella totalità presentano severi sintomi da disturbi post traumatici, depressivi ed altre rilevanti manifestazioni connesse.

Vanno considerati però anche aspetti più ampi della vicenda delle donne yazide, una sorta di filo rosso della violenza che lega le azioni da loro subite alle rappresentazioni mediatiche ed a quelle che si potrebbero denominare le “narrazioni culturali” costruite e diffuse in questi anni. 3 Narrazioni che, purtroppo senza fare dell’ironia, sono probabilmente considerate da entrambe le parti come “narrazioni educative”, per mostrare con sangue, torture e cadaveri che la propria fazione è nel giusto, un po’ come accaduto nel passato con roghi di eretici e streghe. Le vittime yazide sono state utilizzate da entrambi gli schieramenti, usando una espressione semplificatrice, quali modello e strumento per le rispettive campagne propagandistiche. Nell’area occidentale le donne yazide sono state in parte assunte anche ad emblema della violenza del fanatismo islamico, con il reiterato riferimento alla schiavizzazione e sfruttamento sessuale, con il coinvolgimento in pseudo matrimoni e violenze sessuali di molte bambine. L’allusione al comportamento dello stesso Maometto, una delle cui spose era, come riporta la tradizione islamica, giovanissima, è stato però mediaticamente riconoscibile solo dalle persone occidentali più informate o dai musulmani stessi.

In generale il mondo occidentale ha “usato” il caso delle donne yazide prevalentemente per suscitare risentimento e rifiuto, sfruttando l’oramai molto diffuso tema dei diritti delle donne, un uso poco raffinato ma semplice. Nell’area dell’estremismo fanatico islamico (ed in parte anche dell’Islam tradizionalista), le donne yazide hanno invece probabilmente costituito un esempio dei rischi che corrono le donne che non rispettano la legge coranica e che, in un contesto sostanzialmente sessuomane come quello dell’integralismo islamico (e dell’integralismo religioso in generale), oltre a non essere musulmane, non si piegano alla necessità (spesso un obbligo) di coprire il più possibile il loro corpo che altrimenti è inevitabilmente assunto dai musulmani come un attrattore sessuale. Le vicende hanno quindi costituito anche un deciso richiamo, un “insegnamento”, per quei musulmani più giovani che vivono in società occidentali ai quali, specialmente se irretiti nelle maglie del fanatismo combattente, sono state promesse come schiave sessuali e, se non coinvolti in reti estremiste armate, hanno comunque ricevuto il messaggio di un Islam forte, che rivendica le proprie tradizioni e che ha la forza di schiacciare donne di quel tipo, che diventano così parzialmente assimilabili a quelle occidentali (considerate di costumi fin troppo facili, immorali, non rispettose dei precetti divini, ecc.).

Un po’ come dire che solo le “vere” donne islamiche, quelle dal corpo integralmente coperto, non corrono rischi e meritano rispetto. Questa visione è confermata anche dall’opinione di varie donne musulmane che vivono in occidente, esse sostanzialmente accusano le donne occidentali di essere solo provocatrici e poco rispettose della propria dignità, secondo una visione ipocrita ma abbastanza diffusa nella cultura islamica più tradizionale. Viene in mente la chiara risposta che un rabbino, anni addietro, espresse ad un gruppo di ebrei ultraortodossi che volevano bloccare e punire una bambina che stava andando alla scuola elementare con una gonna, a loro dire, troppo corta. Il rabbino chiese se la lascivia e provocazione erano nella gonna della bambina o non piuttosto nella testa degli osservatori che si scandalizzavano guardandola e pensando al sesso. Anche di tutto ciò le ragazze e donne yazide sono state involontariamente strumento indiretto e manipolato, citate quando è stato necessario alzare il tono dello scontro o giustificare azioni repressive, dimenticate quando non più “utili” alla causa. Pochi, purtroppo, coloro che si sono occupati di loro in quanto persone ferite nella loro libertà, nella dignità e nel corpo.

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