La democrazia e i pianisti della Discordia

Pubblicato il 19 maggio 2017 - da
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Siamo davvero sicuri che la tecnologia moderna sia il miglior modo per garantire la democrazia nel nostro parlamento? Nei  paesi dove non esiste il voto segreto un parlamentare che decide di votare contro il proprio partito deve farlo alla luce del sole, dimostrando il coraggio della proprie convinzioni

di Gianni Pezzano

 

Saranno pochi i turisti italiani che durante il loro soggiorno nei paesi anglosassoni passano il loro tempo a guardare un dibattito parlamentare alla televisione, ma varrebbe davvero la pena perché farebbe capire che il concetto della politica rappresentativa ha un significato diverso in questi paesi e che abbiano lezioni importanti da dare non solo ai nostri parlamentari ma soprattutto al pubblico in Italia.

Anche senza la conoscenza della lingua inglese il turista italiano vedrebbe un’aula dove il dibattito politico assomiglia a una battaglia verbale dove governo e opposizione sono schierati come due legioni pronte per una lotta armata.

Come in Italia i parlamentari anglosassoni cercano di segnare colpi contro l’avversario e di dimostrare agli elettori che l’avversario ha torto nella sua proposta all’aula. Poi arriva il voto e si notano subito le differenze tra questo sistema parlamentare e il nostro.

In Inghilterra e gli altri paesi anglosassoni il voto in aula si fa a voce e di solito il risultato non è contestato, ma basta la richiesta di un solo parlamentare per ottenere un voto più rappresentativo. In quel caso il Presidente della Camera ordina che vengano suonati i campanelli e i parlamentari assenti dall’aula hanno un tempo ristretto per rientrare ai banchi per il voto e alla fine di questa pausa le porte dell’aula vengono chiuse a chiave e solo chi è fisicamente presente potrà partecipare al voto.

A questo punto lo spettatore italiano aspetterebbe di vedere il gioco dei cosiddetti “pianisti” con le schede dei loro colleghi assenti per fare vincere il voto. Invece in Inghilterra il parlamento ha deciso di mantenere la sua tradizione centenaria e di non utilizzare quei sistemi elettronici che sono soggetti dei giochi bizantini grazie al voto segreto della nostra Camera dei Deputati e il Senato.

A Westminster e i suoi parlamenti fraterni in giro il mondo, i parlamentari si schierano fisicamente sedendosi da una parte o l’altra dell’aula alle direzioni del Presidente secondo l’intenzione di voto, cioè chi è favorevole da una parte e contro dall’altra. A questo punto due parlamentari, uno del governo e uno dall’opposizione letteralmente contano le teste per ottenere il risultato del voto.

In quei paesi non esiste il voto segreto che permette ai “pianisti” e i “franchi tiratori” di fare i loro giochi occulti contro governi o ministri, e un parlamentare che decide di votare contro il proprio partito deve farlo alla luce del sole, dimostrando il coraggio della proprie convinzioni.

Naturalmente le occasioni di “crossing the floor”, letteralmente attraversare il pavimento, sono tra i momenti più drammatici della vita parlamentare e spesso sono l’anteprima di cambi di partito dei responsabili, oppure la prima fase della caduta di un governo debole.

In questo modo l’elettore anglosassone sa come vota il proprio rappresentante e se davvero rappresenta il suo seggio, oppure semplicemente il suo partito. Infatti, in certe circostanze il partito chiude un occhio alla decisione di un deputato di votare contro il partito su proposte di leggi che potrebbero avere effetti importanti sul futuro dei propri elettori, come quando si decidono gli aiuti ad industrie importanti, oppure per decidere quale città dovrà ospitare avvenimenti importanti come l’Expo, decisioni che avrebbero effetti fondamentali sull’economia di queste città.

Allo stesso modo e come simbolo della rappresentanza dei parlamentari, in questi parlamenti i deputati non vengono identificati nei dibattiti come l’onorevole tal dei tali o il senatore Rossi, ma come il deputato per il seggio di …, oppure il senatore dello Stato/Regione di …

Queste tradizioni fanno ricordare la base principale di qualsiasi democrazia moderna, ossia che i parlamentari non vengono eletti per rappresentare i partiti, ma soprattutto per rappresentare i cittadini dei territori che li hanno eletti.

Nel corso del dibattito nazionale sul referendum l’anno scorso tutti i partiti, senza eccezione, e moltissimi elettori hanno scordato il fatto semplice che il parlamento deve dar voce ai cittadini e non solo ai programmi dei partiti.

Grazie all’uso dei sistemi elettronici in parlamento da decenni vediamo questi giochi bizantini  a Montecitorio e a Palazzo Madama. I “pianisti” e i “franchi tiratori” non fanno alcun servizio al Parlamento e certamente fanno molto per aumentare la delusione popolare verso la politica, che è il segno più preoccupante della vita parlamentare attuale.

Peggio ancora, il cittadino non sa come ha votato il suo rappresentante e dunque non sa se votarlo di nuovo, oppure votare qualcuno capace di esprimere le preoccupazioni del proprio territorio.

In un paese che ha bisogno di un Governo stabile con programmi a lunga scadenza, l’instabilità creata da questi giochi di potere deve finire se davvero vogliamo un sistema parlamentare funzionale e rappresentativo. Perciò pensiamo che il modo migliore non sia quello della tecnologia nelle aule, ma un ritorno al passato per sapere in modo chiaro come votano i nostri parlamentari.

Il voto segreto non ha alcun risvolto produttivo in nessuna Democrazia moderna, partendo dal nostro Parlamento.

 

 

 

 

 

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