La chiave del successo internazionale

Pubblicato il 15 novembre 2017 - da
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Parlare altre lingue nel modo giusto apre le porte per capire gli altri, capire cosa pensano e imparare a coesistere con altre culture , compreso  come risolvere conflitti

di Gianni Pezzano

 

Una della cosa più strane del trasferimento in Italia dall’Australia è vedere programmi, film e attori conosciutissimi, ma con voci e accenti diversi che spesso fa confondere chi li conosce sin da giovani. Così, nel corso di un giro di canali ho visto una delle prime puntate della teleserie storica “Happy Days”. Ma questa puntata mi da dato l’ennesima prova che molto spesso i canali televisivi e il cinema in Italia danno un cattivo esempio quando si tratta di insegnare al pubblico italiano la lingua che è senza dubbio la chiave per il nostro successo internazionale, l’Inglese.

Parola misteriosa

A un certo  punto mi sono chiesto che parola poteva essere quella che al mio orecchio sembrava “duches” in italiano. Dopo pochi minuti ho visto il retro dei giubbotti degli antagonisti con la scritta “Dukes”, cioè i duchi in italiano, ma la pronuncia non è quella del doppiatore, ma “diuk” in singolare e “diuks” in plurale. Purtroppo non è l’unico esempio di pronuncia sbagliata in Italia e non ho dubbi che molti studenti utilizzano questa usanza sbagliata per correggere i loro insegnanti in aula.

Sembrerebbe banale, ma questo modo approssimativo e spesso pigro di pronunciare le parole non fa altro che rendere ancora più ovvio il modo maccheronico di molti di parlare l’inglese.

Alla televisione sento fin troppo spesso nomi famosi  come Hugh Grant, Richard Burton e anche lo stato americano di Arkansas pronunciati in modo scorretto. Nel caso di Grant, non si pronuncia la “gh” finale e si dice “Hiu”, nel caso dell’ ex marito di Elizabeth Taylor il cognome non è pronunciato come se avesse l’a, anche perché esiste il cognome Barton e quindi si rischia di creare confusione. Il caso dello stato americano è particolare e i suoi abitanti sono così sensibili che esiste persino una legge che stabilisce che si deve pronunciare come “Arkansor” e si offendono se gli stranieri, compresi anche altri americani, non sanno pronunciarlo.

Ma questi sono soltanto tre casi e non passa giorno che non sento parole sbagliate in qualche programma, film o servizio.

Esempi

Però il problema è molto più  vasto di qualche sbaglio qua o là. Questi sbagli di pronuncia, come anche altri sbagli di doppiaggio, dimostrano che chi prepara i copioni ha una conoscenza limitata della lingua inglese (e non solo) e non sempre trasmette  il messaggio di una scena, con il rischio di non poter capire  fino in fondo.

Ho notato questo in una scena nel film “Alien: Covenant” quando gli esseri umani insistono che il cyborg Walter faccia un brindisi con loro, alla fine lui accetta con la frase “Quando a Roma…”. Credo che pochi italiani hanno capito il senso della battuta, ma se avesse detto “Paese che vai…” tutti avrebbero capito il senso della frase.

Questa battuta rivela il limite di chi ha scritto il copione, che non ha riconosciuto quel che è in effetti una frase molto comune dell’inglese “When in Rome do as the Romans do”, cioè “Paese che vai usanza che trovi”.

Sarebbe facile dire che l’usanza italiana è di pronunciare nel modo nostro, ma è davvero una risposta giusta?

Direi proprio di no e chi va all’estero con una conoscenza limitata dell’inglese si rende conto in poco tempo che la lingua è molto più complessa di quel che sembra dai libri tecnici che di solito sono semplicissimi e chiari.

Per questo motivo dovremmo, come paese, cominciare a capire che, per quanto possa essere comodo, la tradizione di doppiare tutto e dunque di immortalare questi sbagli, non fa altro che negarci la possibilità di apprezzare fino in fondo le altre lingue e di conseguenza incominciare a impararle per bene. Infatti, i paesi come la Germania, l’Olanda e i paesi scandinavi hanno una conoscenza eccellente della lingua inglese proprio perché non doppiano i programmi televisivi e proiettano film nelle loro lingue ma con sottotitoli…

Allo stesso modo l’italiano ha adottato parole inglesi con sensi diversi da quelli originali per poi utilizzarle nei loro curriculum vitae e nella corrispondenza con società estere. Un esempio lampante è “stage” e poi “stagista” che ne deriva. La parola corretta sarebbe “internship” e “intern”. Chissà quanti hanno visto domande di lavoro rifiutate a causa di sbagli del genere.

E gli altri?

Naturalmente il problema non è a senso unico, per chi parla l’italiano fa un certo effetto sentire un anglofono pronunciare il nome “Jooseppi Gariboldi” per l‘eroe di due mondi, oppure “brooshetta” quando ordina in un locale. Ma ciò non dovrebbe far scordare il fatto più importante di questo discorso, far capire quel che diciamo a chi ci ascolta nella sua lingua.

Chi ha studiato la lingua inglese sa che una parola non sempre è pronunciata come è scritta e che scritture diverse hanno la stessa pronuncia, come anche scritture simili hanno pronunce diverse. Per questo motivo la pronuncia diventa di importanza fondamentale per trasmettere il messaggio vero ai futuri compratori dei nostri prodotti all’estero. E tra questi prodotti dobbiamo mettere anche la nostra Cultura.

Se non rispettiamo i limiti e le regole delle altre lingue possiamo davvero meravigliarci quando poi la nostra lingua non è trattata nel modo giusto?

Imparare una lingua non è semplicemente imparare parole nuove, ma saperle pronunciare ed utilizzare. Non pronunciare nomi nel modo corretto, non sapere comunicare le nostre intenzioni, ha il potenziale di vedere fallire i nostri progetti.

Per questi motivi i nostri mezzi di comunicazione dovrebbero essere i primi a sapere pronunciare i nomi nel modo corretto. Così gli studenti sentono l’esempio giusto e non quello cattivo che fin troppo spesso sentiamo sui nostri schermi.

Parlare lingue nel modo giusto apre le porte per capire gli altri, capire cosa pensano e imparare a coesistere con altre culture e  come risolvere conflitti. È il primo passo per realizzare tutto questo deve essere saper parlare al meglio con il nostro interlocutore di turno.

Cerchiamo eccellenza in tutto iniziando dalla scuola fino alle imprese, allora incominciamo a capire che questo comprende anche sapere bene le altre lingue. Sono davvero la chiave del successo internazionale.

 

 

 

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