Erdogan in visita in Italia evita la stampa

Pubblicato il 5 febbraio 2018 - da
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Le associazioni dei diritti umani contro il leader turco. Appello al Papa e parte la campagna “No Bavaglio Turco”.

 

di Vito Nicola Lacerenza

La visita del leader turco Recep Tayyip Erdogan in Italia e la sua decisione di non incontrare la stampa hanno dato vita alla campagna “No Bavaglio Turco”, promossa da importanti associazioni legate al mondo dei diritti umani e del giornalismo, nazionali e internazionali. Da questa mobilitazione è nata una lettera, indirizzata al Santo Padre, al primo ministro Paolo Gentiloni e al presidente della repubblica Sergio Mattarella, nella quale viene chiesto di “far presente” ad Erdogan le “pregiudizievoli” violazioni dei diritti umani da lui perpetrate dal giorno del fallito golpe, avvenuto il 16 luglio del 2016. Dopo quella data, in Turchia è stato imposto lo stato d’emergenza che, di fatto, si è trasformato in una chiara e proclamata caccia ai “traditori dello stato”. La vittima più esemplare di queste persecuzioni è stato il miliardario turco Fethullah Gülen, leader di un omonimo movimento religioso, considerato nel suo paese “il nemico pubblico numero uno”; ma a far le spese di questo clima repressivo sono stati soprattutto centinaia di migliaia di normali cittadini, insieme alle comunità curde. In meno di due anni, la strategia “anti-complotto” messa in moto da Erdogan è costata il posto di lavoro ad oltre 140.000 dipendenti pubblici: ufficiali di polizia, magistrati, militari, giornalisti, professori universitari e della scuola superiore.

Cinquantamila di loro sono finiti in carcere con l’accusa di tradimento, mentre tutti gli altri, oltre ad essere stati banditi a vita dal pubblico impiego e ad aver perso il diritto all’assistenza sanitaria, hanno subito la revoca del passaporto a tempo indeterminato. Adesso non possono lasciare il paese. Ma se in gran parte della Turchia la repressione è stata principalmente di carattere “giuridico”, nella zona est del paese, roccaforte del partito curdo YPG (unità di protezione popolare), è stato l’esercito a regolare i conti con i “traditori”, ingaggiando battaglie che hanno causato centinaia di morti. Erdogan, fin dall’inizio della sua carriera politica, è stato in rotta di collisione con le comunità curde presenti nel paese. Negli ultimi tempi, però, le ostilità del governo nei confronti di queste si sono inasprite come non mai. «Abbiamo avuto restrizioni di ogni genere sul lavoro- ha detto Reha Ruhavioglu, attivista per i diritti umani, che vive ad est del paese – Le manifestazioni sono proibite e molti sono le vittime di abusi da parte della polizia in commissariato. Inoltre abbiamo raccolto numerose testimonianze di persone arrestate e seviziate in carcere».

La furia “anti-curda” di Erdogan non si è fermata all’interno dei confini nazionali, ma è andata oltre, in Siria, dove i militari turchi hanno rastrellato città e villaggi in cerca di membri legati all’ YPG. Questo intervento militare non è piaciuto all’Europa, così come non è piaciuta la proposta del governo turco di reintrodurre la pena di morte. I principali leader Europei, all’ unanimità, hanno escluso che la Turchia possa entrare a far parte dell’unione europea a causa di questi suoi atteggiamenti.

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