Cosa vuol dire capire l’italiano?

Pubblicato il 29 dicembre 2017 - da
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Quando parliamo della nostra lingua spesso pensiamo a quella moderna, ossia il modello “base” utilizzato dai nostri programmi televisivi che in fondo è la versione che i nostri amici e parenti sentono quando guardano RAI World  all’estero

di Gianni Pezzano

Quando parliamo della nostra lingua spesso pensiamo a quella moderna, ossia il modello “base” utilizzato dai nostri programmi televisivi che in fondo è la versione che i nostri amici e parenti sentono quando guardano RAI World  all’estero. Ma dobbiamo chiederci, quanti di quelli che seguono i nostri programmi all’estero, leggono i giornali online, oppure osano leggere i nostri autori, persino i più semplici, davvero capiscono tutto il messaggio contenuto nel libro.

Per quanto sia semplice il testo, il lettore all’estero spesso si trova a chiedersi, cosa vuol dire in italiano?

Riferimenti persi

 Quando il Pinocchio di Benigni è uscito negli Stati Uniti ho letto una recensione americana del film di una testata importante. Era ovvio che il giornalista era confuso dal film e il motivo era semplice. Gli americani e molti del mondo anglosassone quando pensano a Pinocchio  hanno in mente  il cartone animato di Walt Disney del 1940 che considerano l’originale. Allo stesso modo, non è insolito per il lettore anglofono parlare di “Dante’s Inferno”, oppure “Abandon hope all ye who enter here” (Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate), ma pochi sanno che l’opera di Dante  è in tre parti, oppure che la citazione viene dalla prima parte. Quindi, un testo italiano che si riferisce a Paolo e Francesca sicuramente non sarebbe capito in altri paesi e in qualsiasi lingua.

Perciò, quando parliamo di promuovere la nostra lingua, e di conseguenza ogni aspetto della nostra Cultura, dobbiamo partire da una premessa fondamentale e universale, che lo studente potenziale della nostra lingua all’estero non conosce moltissimi aspetti della nostra lingua e Cultura, sia di ‘alta’ Cultura come gli esempi danteschi oppure popolari come battute del genere di San Martino, e quindi non sono in grado di poter cogliere fino in fondo le sfumature utilizzate dai nostri autori e giornalisti.

Seguendo il modello di paesi anglosassoni, lo scolaro nel Regno Unito o l’Australia impara Shakespeare e Dickens, e poeti come Blake, Yates e Shelley, ma conoscono relativamente poco gli autori studiati negli Stati Uniti come Mark Twain, Ernest Hemingway o poeti come Ralph Waldo Emerson o Walt Whitman. Figuriamoci poi autori italiani !

Questi riferimenti culturali si estendono poi a detti popolari e persino a programmi televisivi e sport che hanno poco seguito al di fuori dei confini di ciascun paese.

Messaggi

 Chiunque abbia fatto lavoro di traduzioni si trova presto in situazioni dove l’originale utilizza frasi e personaggi sconosciuti e deve prima cercare il senso vero delle frasi per trovare il modo di trasmetterlo nella nuova lingua.

Non è un lavoro semplice perché la traduzioni non solo devono tradurre le parole, ma anche trasmettere se una frase è semplice, sarcastica o scherzosa e quindi dare al lettore l’intenzione dell’autore dell’opera originale, sia per una pubblicità oppure per un romanzo importante. Non è una considerazione banale perché se guardiamo l’esempio citato sopra di battute su San Martino, si rischia di scambiare una battuta scherzosa  in offesa nella lingua nuova o viceversa e dunque di cambiare il senso del passaggio di un libro o di un film.

Diamo giustamente un ruolo importante ai nostri mezzi di comunicazione, ma siamo davvero sicuri che questi mezzi tengano in mente i limiti del suo pubblico, o potenziale pubblico, all’estero?

Questo è il motivo del relativo insuccesso dei migliori cantautori italiani all’estero, per poterli apprezzare al massimo è necessario avere una conoscenza buona della nostra lingua e altri aspetti della nostra Cultura e Storia per cogliere i riferimenti nei testi e dunque capire i messaggi delle canzoni.

Soluzioni

 Nel parlare degli italiani all’estero commettiamo l’errore di pensare che siano tutti capaci nella nostra lingua. Me se guardiamo la cifra di oltre novanta milioni tra emigrati di prima generazione e i loro discendenti, quanti di loro parlano la lingua che li definisce come italiani? La percentuale sarà bassa e in particolare tra quelli oltre la seconda generazione che dobbiamo considerare d’origine italiana invece di “italiani”.

Ma non per questo dobbiamo rinunciare alla lotta di promuovere la nostra lingua o di promuovere tutti gli aspetti della nostra Cultura all’estero.

Dobbiamo capire che i mezzi di comunicazione al nostro potenziale pubblico internazionale non si può limitare soltanto alla diffusione in lingua italiana. In questo modo poniamo limiti molto stretti a chi può tentare di capire il nostro messaggio.

Nei nostri documentari, film e programmi all’estero dobbiamo seriamente considerare di trasmetterli  con sottotitoli nelle lingue dei paesi di residenza dei nostri amici e parenti. In questo modo presentiamo al grande pubblico internazionale programmi e concetti che fino ad ora sono proibiti perché l’utente/ascoltatore non è in grado di capirli.

Dobbiamo renderci conto che ci sono tanti all’estero che hanno il desiderio di esplorare le loro origini e di visitare i luoghi dei loro genitori, nonni e bisnonni, ma spesso hanno paura di farlo perché non sanno a chi rivolgersi, e sicuramente non possono farlo nella nostra lingua nazionale.

Facendo ciò, apriamo il potenziale pubblico internazionale anche a coloro che non sono d’origine italiana, ma che sono interessati al Bel Paese per qualsiasi motivo.

Nell’aiutare i nostri amici e parenti a scoprire le proprie origini svolgiamo anche il compito di dare loro un motivo valido, non solo per voler imparare la nostra lingua, ma anche e finalmente di visitare il Bel Paese. I vantaggi per la nostra economia sono ovvi, ma allo stesso tempo svolgere un ruolo importante nel mantenere vivi i rapporti tra l’Italia e le nostre comunità, in molti casi grandissime, in tutti i continenti.

Però, questo non è possibile se non cominciamo a comunicare in modo tale che tutti siano in grado di recepire il nostro messaggio e i nostri tentativi di avvicinarci a loro.

Questo potrà succedere soltanto quando faremo il passo di trasmettere il nostro messaggio non solo in italiano, un nostro vero orgoglio nazionale, ma anche nelle altre lingue a coloro che per motivi fuori il loro controllo, non hanno potuto mai impararlo.

Questo compito deve certamente avere una partecipazione delle comunità italiane all’estero, ma questo ruolo deve essere organizzato, incoraggiato e finalmente finanziato da noi in Italia. Per coloro che si lamentano dei soldi spesi, gli introiti del futuro sarebbero sicuramente molto di più di quelli investiti.

Poi, se non lo facessimo noi chi lo farebbe? In questo caso la risposta è ovvia…

 

 

 

 

    • Martino
    • 1 gennaio 2018
    Rispondi

    Concordo ma il riferimento a San Martino e’ su ogni mosto diventa vino o sulle battute dei campani?

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