A Roma il film sul campo di concentramento ’Ferramonti’ di Tarsia in Calabria

Pubblicato il 8 aprile 2018 - da
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“La croce e la stella” di Salvatore Lo Piano prodotto da Loading Production, domani lunedì 9 aprile in anteprima a Villa Torlonia, Via Lazzaro Spallanzani 1 – Roma, ore 17,30

di Tiziana Primozich

“Quella di Ferramonti non è una storia. Quella di Ferramonti è la storia. È la storia più abietta, quella dell’uomo contro l’uomo. Per dirla con le parole di un uomo che l’ha vissuto, Ferramonti è ciò che l’ultima guerra ha creato.” Con queste parole comincia il racconto di Salvatore Lo Piano, regista calabrese e autore del film “La croce e la stella”, sua opera prima, prodotto dalla Loading Production di Salvatore Romano, che sarà presentato domani lunedì 9 aprile in anteprima a Villa Torlonia, Via Lazzaro Spallanzani 1 – Roma, alle ore 17,30.

Il film narra la vera storia del campo di concentramento Ferramonti di Tarsia in Calabria, sconosciuta al grande pubblico, il più grande lager  per ebrei in Italia, costruito nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, su volontà  del duce in persona.

“Quando fu eretta la prima baracca – racconta un internato – il campo non era ancora battezzato. Laggiù, in Calabria, lontano da ogni abitato umano, in una valle del Crati, che si congiunge a Cosenza col Busento, in una bonifica delle aree depresse non terminata, sorse il primo baraccone ed ivi giunsero i primi internati, sotto un sole scottante e senza misericordia, in un mare di polvere, di sudiciume e di inospitalità. Sembrava che la civiltà si fosse fermata dietro le catene dell’Appennino, mentre la Sila, maestosa, guardava questa valle povera e misera, senza un albero da proteggersi contro il sole quasi africano; questa valle abbandonata e triste e senza un alito di vita, eccezion fatta per l’anofele, la zanzara apportatrice di malaria che, in questo luogo dal clima umido e malsano, dai pantani non ancora del tutto ricoperti, da una vita senza igiene e senza profilassi, era unica padrona.”

Una storia atroce ma con risvolti umani di rara profondità. Un campo di concentramento che svelò il lato solidale della popolazione calabrese ma che non risparmiò comunque ai suoi internati di razza ebrea dolore e privazioni. Tra i 3000 ebrei reclusi molti morirono di tifo, malaria e fame.

Un lavoro di ricerca quello di Lo Piano durato tre anni, e che utilizza proprio  le testimonianze dei sopravvissuti mettendo in evidenza, oltre agli stati d’animo di internati e  sorveglianti, popolazione locale compresa, la “reazione” di un uomo, Don Giulio, quando vede vacillare le sue convinzioni umane e religiose, tanto da chiedersi: “…perché proprio a me?” Già! E se capitasse a noi?

 

 

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